L’Europa nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale non ha certamente esaurito il suo lungo e difficile processo di ricostruzione morale sulla base di una memoria storica critica e consapevole. Il rischio che le giovani generazioni riducano la memoria ad un fatto d’archivio e quindi ne avvertano un mero obbligo celebrativo, appare sempre maggiore col passare del tempo. Memoria storica significa vivo impegno di riflessione sul passato per tenere viva la continuità di legame che fa delle vicende storiche l’humus nel quale si radica la nostra realtà attuale. La memoria vive di consapevolezza che a sua volta si nutre di sensibilità etica. Solo a tali condizioni la memoria storica costituisce vivaio di valori che si alimenta attraverso un’azione pedagogica in grado di sviluppare il senso di responsabilità, vero scopo delle sue celebrazioni, a salvaguardia della dimensione etica di ogni società che voglia garantire un autentico e maturo istituto della democrazia. L’Europa di oggi nella sua costituzione unitaria basata su legami di economia, di cultura, di politiche, attualmente non può vantare un’acquisita consapevolezza e un’adeguata forza difensiva nei confronti dei mali più o meno latenti che minano la democrazia: si pensi alle tensioni sociali, ai problemi legati all’immigrazione, ai rigurgiti di becero nazionalismo, ad un certo laicismo diffidente o addirittura intollerante nei confronti delle religioni, a preoccupanti espressioni di razzismo e addirittura di antisemitismo. Segni questi di una discrasia tra l’eredità storico­culturale e i livelli etico­sociali della realtà­Europa. Eppure i padri fondatori dell’unità dell’Europa, consci del valore della democrazia, all’indomani della tragica vittoria sui totalitarismi, nutrivano chiara speranza di rifondare la pace su valori di intesa comune. Pensarono ad un futuro senza guerra grazie alla creazione di democrazie capaci di collaborare attraverso istituzioni in grado di far concorrere e interagire le nazioni secondo intenti economici di sviluppo solidale, nella convinzione che “Il contributo che un’Europa organizzata e viva può portare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche”.[1] Il ministro degli Affari esteri francese, ideatore del piano di rinascita dell’Europa pacificata, annunciava la sua proposta con la speranza ottimistica di una soluzione efficace: “Tale trasformazione aprirà la via ad altre azioni comuni, finora impossibili. L’Europa nascerà da tutto questo, un’Europa unita e solidamente impiantata. Un’Europa in cui il livello di vita aumenterà grazie al raggruppamento delle produzioni e all’ampliamento dei mercati che provocheranno il ribasso dei prezzi.”[2] La proposta di Schuman si concretizzava in un accordo associativo di natura economica che avrebbe costituito la premessa per una federazione europea. Gli intenti economici dell’edificio che si stava per varare costituivano un presupposto strumentale: la comunanza degli interessi economici doveva galvanizzare lo spirito di pace e di solidarietà e garantire così l’interesse a non fare mai più guerre. Gli obiettivi di pace e di benessere progettati nel 1950 segnano il divenire del progresso con i suoi vantaggi e le sue contraddizioni, ma l’animus di quel progetto aveva in realtà fini alti e radici lontane, di ispirazione cristianodemocratica, che accomunavano il francese Schuman, l’italiano De Gasperi, il tedesco Adenauer. Semi di queste radici che hanno consentito all’Europa di rinascere sui valori fondanti della dignità umana, della pace e della democrazia, si trovano nella testimonianza di alcuni studenti del ginnasio di Ulm e dell’Università di Monaco, animati dai fratelli Hans e Sophie Scholl. Tra il giugno del 1941 ed il febbraio del 1943, riunitisi nell’associazione da loro denominata Die Weisse Rose (La Rosa Bianca), si batterono contro la dittatura nazionalsocialista, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica tedesca indifferente ai crimini commessi dal nazismo, in particolare all’abominio della persecuzione antisemita, utilizzando metodi di resistenza passiva come il sabotaggio e il volantinaggio. Precorrendo i tempi, essi individuarono nell’ordinamento federale l’unico strumento in grado di creare una pace duratura in Europa: “ Solo attraverso un’ampia collaborazione dei popoli europei si potrà creare la base su cui sarà possibile una costruzione nuova.” (Quinto volantino). Il 22 febbraio del 1953 il presidente della Repubblica Federale Tedesca T. Heuss commemorava i giovani della Weisse Rose con queste parole: “Allorché dieci anni fa apprendemmo, prima come voce vaga, che venne confermata poi da fonte sicura, l’audace tentativo compiuto dai fratelli Scholl e dalla cerchia dei loro amici per scuotere la coscienza della gioventù studentesca, comprendemmo che questo grido dell’anima tedesca sarebbe continuato a risuonare attraverso la storia. La morte non può ­non ha potutoridurlo al silenzio. Le parole che, scritte su pezzetti di carta, svolazzarono per l’università di Monaco, erano un faro, e tali sono rimaste. Così la valorosa morte dei giovani che contrapponevano alle frasi vuote e alla menzogna la purezza di intenti e il coraggio della verità, si trasformò, con lo spegnersi delle loro vite, in una vittoria. La loro comparsa nella tragedia tedesca deve essere intesa quindi non come un tentativo di rivolgimento fallito di fronte alla violenza, ma come un tenue raggio di luce accesosi nell’ora più buia. Ecco perché toccano alla loro memoria gratitudine e riverenza.” La Weisse Rose , testimone della resistenza non violenta nei confronti della Germania hitleriana, operò attraverso la diffusione clandestina di sei volantini, i primi quattro dei quali furono scritti tra giugno e luglio del 1942, il quinto e il sesto tra gennaio e febbraio del 1943. Il contenuto dei messaggi che questi giovani ventenni intendevano destinare ai loro connazionali per scuoterne le coscienze intorpidite, scaturiva dalla loro formazione umanistica e da una consapevole fede cristiana. I giovani della Weisse Rose nonostante i divieti, attraverso la passione per la lettura, trovarono la possibilità di riaffermare il diritto di valutare quanto espresso nei libri, e di effettuare confronti tra i diversi pensieri. Tra le opere vietate e distrutte dal regime nazista, di cui i giovani della Rosa Bianca vennero a conoscenza, vi erano quelle di intellettuali sovversivi come Marx, Bebel, Bernstein, ma anche Brecht, Mann, Freud, Einstein, Holderlin, Pascal, Dostoevskij, Kiekegaard, Maritain, Heine[3] il quale aveva scritto profeticamente: “Dove si bruciano i libri, là alla fine si bruciano gli uomini.” Provarono profondo sconcerto per la censura culturale celebrata con il rogo dei libri proibiti decretato dal regime in tutte le principali città della Germania il 10 maggio del 1933 per eliminare quella che era definita dal nazismo “arte degenerata” e che invece essi scoprirono espressione della ricchezza umana. Per comprendere il valore dell’azione dei giovani della Rosa Bianca bisogna conoscere la portata del loro retroterra etico e culturale che li condusse alla maturazione consapevole della decisione di intraprendere la resistenza attiva. Ciò è fondamentale per evitare di assegnare un significato di sprovvedutezza e ingenuità alla semplice azione condotta attraverso sei volantini. Molto importante fu l’amicizia con Carl Muth, editore di una rivista che dava voce al cattolicesimo riformista. Quest’ultimo incaricò Hans Scholl di riordinargli la biblioteca: un’occasione straordinaria di letture e di scambi di riflessione. Scrive Hans Scholl a Muth, nel Natale del ’41: Tutto mi è diventato più chiaro, è come se mi fossero cadute le bende dagli occhi. Io prego. Sento un retroterra più sicuro e vedo un obiettivo più definito. Quest’anno per me Cristo è nato di nuovo.[4] Tra gli intellettuali che si incontravano con gli Scholl c’era anche Theodor Haecker, traduttore di Henry Newman e di Kiekegaard; nel ’33 riuscirà a pubblicare un libro dal titolo Che cos’è l’uomo, che diventerà il manifesto personalista del gruppo della Rosa Bianca. Il meglio della cultura umanistica europea costituì dunque la corazza di difesa per i giovani della Rosa Bianca che riuscirono a discernere la portata delirante della pseudo­ideologia ariana, pur essendo pienamente immersi nel clima farneticante della Hitlerjugend a cui Otl Aicher, amico e sostenitore dei fratelli Scholl, rifiuterà di appartenere sconfessandone i principi, come scriverà: “La lotta per l’esistenza, il diritto del più forte, la vittoria della selezione dovevano realizzarsi nella società proprio come operano nella natura. Il fascismo non è né bestiale né una diavoleria, ma è un socialdarwinismo riveduto con la scrupolosità tedesca.” (…) “Lo Stato teocratico e lo Stato etico erano entrambi nemici dei credenti, non avevano a che fare con la Buona Novella di Gesù Cristo, con il piccolo Dio raccontato dal vangelo di Marco…Aicher arriva a Maritain attraverso S. Tommaso e scopre “Il futuro della cristianità da cui ricava l’idea della “democrazia pluralista”, dove gli atei avrebbero vissuto con i cristiani, i socialisti con i liberali. E Tommaso Moro contrapposto a Machiavelli. E Dostoevskij, con la dolente fede del popolo russo, invece della Roma dei papi che benedicevano le armi….non è un caso che la parola d’ordine in caso di pericolo che avevano concordato nel gruppo di Ulm fosse il titolo di un libro di Ritter Stato autoritario e utopia”[5] Il nazismo non aveva caratterizzazione ideologica, nato essenzialmente come strumento di lotta politica a servizio delle classi borghesi dominanti. La filosofia nazista, così come quella fascista, si imponeva attraverso proclami forti degli echi di antichi pregiudizi messi assieme senza riguardo per la verità, attingendo alle paure, agli odi, ai fanatismi largamente presenti soprattutto fra i ceti medi, nella situazione venutasi a creare in seguito alla Grande Guerra e alla grave crisi economica culminata nel 1929. I giovani della Weisse Rose ritenevano assurde ed infondate le teorie naziste che presentavano la “razza ariana” come superiore, ancor più alla luce della loro conoscenza della letteratura prodotta proprio dalle razze definite inferiori. Sfidando la censura terroristica imposta dal nazismo, i ragazzi della Rosa Bianca avevano acquisito il loro patrimonio culturale con straordinaria forza ideale, sentendosi così spinti a lottare per il miglioramento della vita attraverso l’affermazione del rispetto dei diritti fondamentali in difesa della dignità di ogni uomo, condizione imprescindibile per il riscatto dell’Europa: “Ogni potere centralizzato, come quello che lo stato prussiano ha cercato di instaurare in Germania ed in Europa, deve essere soffocato sul nascere. La Germania futura potrà unicamente essere una federazione. Solo un sano ordinamento federalista può oggi ancora riempire di nuova vita l’Europa indebolita. La classe lavoratrice deve essere liberata mediante un socialismo ragionevole dalla sua miserabile condizione di schiavitù. Il fantasma di un’economia autarchica deve scomparire dall’Europa. Ogni popolo, ogni individuo ha diritto ai beni della terra! Libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall’arbitrio dei criminali stati fondati sulla violenza: queste sono le basi della nuova Europa.” (Quinto volantino). Franz. J. Mueller, superstite del gruppo che ha ridato vita alla Weisse Rose (Fondazione Rosa Bianca­ Monaco) per conservarne e diffonderne i valori, nel 1942, insieme agli altri giovani dell’associazione clandestina, si appellava ad altri tedeschi perché aderissero a forme di sabotaggio quali il rifiuto del saluto “Heil Hitler” o la non osservanza del divieto di acquisto nei negozi di ebrei. Inoltre proponevano la resistenza passiva nei confronti di tutte le attività che avessero come scopo la guerra, la violenza, il trionfo del nazionalsocialismo, l’ostruzionismo verso ogni manifestazione di regime, verso ogni ricerca scientifica attuata per la continuazione della guerra, verso tutte le pubblicazioni di propaganda nazista: bisognava convincere il maggior numero di persone che la guerra stava portando alla schiavitù spirituale e materiale e alla distruzione di tutti i valori culturali e religiosi. “Non sarà certo possibile preparare il terreno per il rovesciamento di questo “governo”, mediante una resistenza individuale, da solitari amareggiati, e tanto meno si potrà in tal modo affrettarne la caduta. Vi si può riuscire solo con la collaborazione di molti uomini convinti ed attivi(…) Cercate di convincere tutti i conoscenti, anche quelli delle classi meno elevate, della inutilità di continuare questa guerra, della sua mancanza di ogni prospettiva, della schiavitù spirituale e materiale determinata dal nazionalsocialismo, della distruzione di tutti i valori morali e religiosi, e di persuaderli alla resistenza passiva.(…) E’ ovvio che non possiamo dare a ciascuno di voi delle direttive da seguire, ma solo accennarvele in linea di massima. Ciascuno deve trovare da solo la via per attuarle. Sabotaggio quindi nell’industria bellica e nelle fabbriche importanti per la guerra; sabotaggio di ogni adunata, manifestazione, festività, organizzazioni nate ad opera del partito nazionalsocialista. Occorre impedire il regolare funzionamento della macchina bellica (una macchina che lavora per la guerra che esclusivamente si svolge per la conservazione del partito nazionalsocialista e la sua dittatura. Sabotaggio…. ” (Terzo volantino). I giovani componenti della Weisse Rose si chiedevano come il popolo tedesco potesse continuare a dormire nel sonno ottuso quando il più orrendo delitto contro la dignità dell’uomo si stava perpetrando davanti ai loro occhi: “…dalla occupazione della Polonia sono stati trucidati in quel paese nel modo più bestiale trecentomila ebrei. In questo noi vediamo il più orrendo delitto contro la dignità dell’uomo, un delitto di cui non se ne può trovare uno analogo in tutta la storia umana. Anche gli ebrei sono creature umane! Qualsiasi posizione si voglia prendere sulla questione ebraica, ciò è stato fatto su degli uomini(…). Ognuno vuol liberarsi da questa complicità, ciascuno cerca di farlo ma poi ricade nel sonno con la più grande tranquillità di coscienza”(secondo volantino). Di contro alla sconcertante indifferenza della massa, la Weisse Rose propagandava una “sublime utopia”: la sacralità dello stato inteso come manifestazione dell’ordine divino. Ogni governo avrebbe dovuto ispirarsi alla “civitas Dei”, lo stato di Hitler era invece la “dittatura del Maligno, la negazione dei valori cristiani”: “Lo stato deve manifestarsi in analogia con l’ordine divino; la più sublime di tutte le utopie, la civitas Dei, è il modello cui ogni governo deve in definitiva ispirarsi. Non vogliamo qui esprimere giudizi sulle possibili varie forme di governo: la democrazia, la monarchia costituzionale, la monarchia assoluta. Vogliamo solo rilevare in modo chiaro e senza equivoci una sola cosa: ogni uomo preso singolarmente ha diritto di pretendere un governo efficiente e giusto che assicuri sia la libertà individuale, sia il bene della collettività. Secondo la volontà di Dio, l’uomo deve cercare di raggiungere il suo fine naturale e la sua felicità terrena vivendo ed agendo in piena libertà ed indipendenza nell’ambito della collettività statale. Invece il cosiddetto “Stato”in cui viviamo oggi è la dittatura del Maligno” (Terzo volantino). “Ogni parola che esce dalla bocca di Hitler è una menzogna(…) la sua bocca è come l’ingresso fetido dell’inferno (egli è) il messaggero dell’anticristo. E’ come un demone in agguato nelle tenebre in attesa dell’ora in cui l’uomo diviene debole, in cui esso abbandona volontariamente la sua posizione fondata sulla libertà donatagli da Dio, e cede alle pressioni del male; (…) l’uomo è libero, ma senza il vero Dio è indifeso contro il male come un neonato senza la madre.” (Quarto volantino). Pur sotto le manipolazioni della massa che il regime nazista operava determinando l’esaltazione dei tedeschi emblematizzata nel Fuhrerprinzip, secondo cui Hitler rappresentava il capo messianico che disponeva di tutti i poteri per portare a compimento il destino grandioso del popolo tedesco, i giovani della Rosa Bianca si resero conto della mortificazione della dignità dell’individuo spersonalizzato dall’obbedienza al regime. Si trattò di una sparuta, coraggiosa minoranza che ebbe l’audacia di opporsi alla massificazione esercitata dal totalitarismo e seppe tener vigile la propria libera coscienza, pagando un prezzo altissimo.                                                                                                                 Il gruppo della Rosa Bianca era costituito da sei studenti e un professore: Sophie Scholl iscrittasi nel maggio del 1942 all’università di Monaco per studiare biologia e filosofia, suo fratello Hans Scholl, studente in medicina; nell’estate del 1942 insieme ad altri amici decidono la resistenza attiva, maturata, tra l’altro, grazie ai contatti con scrittori, filosofi ed artisti, con i quali scambiano riflessioni intorno ad alcuni temi come la persona, la libertà, lo stato; Chistoph Probst il quale, secondo la testimonianza della sorella Angelica, con “i fratelli Hans e Sophie Scholl, assieme ad altri amici, formavano a Monaco un solido gruppo. In primo luogo li univa un univoco rifiuto della tirannide ed un credo cristiano profondamente radicato, nonostante tutte le diversità delle confessioni”; Alexander Schmorell, di origini russe, impegnato sul fronte orientale nel servizio di assistenza sul campo insieme ad altri della cerchia della Rosa Bianca, a Monaco parteciperà fin dall’inizio alle azioni del gruppo di resistenza; Willi Graf, formatosi agli studi letterari e teologici, si convinse della necessaria coerenza cristiana del rifiuto al nazismo, studente di medicina, nel giugno del 1942 entrò a far parte della Rosa Bianca; Hans Leipelt: la madre, di fede protestante, era ebrea, per cui fu contrassegnato, secondo le leggi razziali emanate a Norimberga nel 1935 “bastardo ebreo di 1° grado” e pertanto, dopo essere stato espulso dall’università di Amburgo, nel 1942 studierà all’università di Monaco, grazie alla presenza del Prof. Wieland, premio Nobel per la chimica, contrario alle discriminazioni razziali. Hans e Sophie Scholl insieme a Chistoph Probst verranno ghigliottinati nel carcere di Monaco Stadelheim il 22 febbraio 1943; Alexander Schmorell subirà la stesa condanna il 13 luglio 1943, seguito, il 12 ottobre, da Willi Graf. Il 13 luglio del 1943 fu ghigliottinato anche il Prof. Kurt Huber, studioso di scienza della musica, psicologia, filosofia; gli studenti della Rosa Bianca seguivano le sue affollate lezioni, e in lui trovarono un incoraggiamento e un concreto aiuto. Questo nucleo di resistenza non violenta fu appoggiato da una ventina di altri giovani che collaborarono alla diffusione dei volantini fuori Monaco, pagando con la detenzione. Anche i familiari di questi giovani, la cui influenza ebbe certamente una notevole importanza per la loro formazione, subirono la carcerazione e l’emarginazione a causa della condanna dei loro cari.[6] La Germania non ha avuto un’insurrezione popolare, non ha avuto una guerra partigiana come quella che ha caratterizzato la Resistenza italiana. Ciò è dipeso non solo da un innato senso di disciplina e di obbedienza alle autorità del popolo tedesco per il quale ogni forma di opposizione era considerata tradimento della Patria, ma in gran parte dalla spietata repressione e dal sistema poliziesco instaurato dal regime. Inoltre la concezione gerarchica costruita attorno al Fuhrerprinzip finì per costituire l’unico, assoluto riferimento della identità nazionale. Opporvisi, tentare di fare qualcosa per abbatterlo, significava andare incontro ad una morte quasi certa. Pur nel clima di terrore che soggiogava tutta la società tedesca sottoposta al potere della gerarchia hitleriana, una minoranza di tedeschi ha lottato contro il nazismo, dando testimonianza che esisteva un’altra Germania: 130.000 furono uccisi, alcune centinaia di migliaia di persone furono rinchiuse nei campi di concentramento o nelle carceri. Giovani comunisti, socialisti, evangelici, cattolici, si opposero al nazionalsocialismo fin dal suo nascere; ma il Reich non tardò a sistematizzare l’opera di educazione dei giovani: la gioventù hitleriana (Hitlerjugend 1° dicembre 1936) fu inquadrata per veicolare le ideologie di regime, vietando le formazioni confessionali e l’associazionismo giovanile operaio. La chiesa cattolica istituzionale si schierò tardivamente in modo esplicito tra gli oppositori, quando nel 1937 papa Pio XI emanò l’enciclica Mit Brennender Sorge; la chiesa protestante tacque. Al di là della discussa e problematica posizione delle istituzioni ecclesiali, i giovani della Rosa Bianca attinsero alla Bibbia da cui trassero forza e conferma della loro ispirazione ai valori morali del cristianesimo di cui trovarono stimoli riflessivi nel movimento culturale della Renouveau Catholique (Bloy, Bernanos, Claudel, Jammes, Peguy, Maritain) fino a nutrirne la loro volontà di opposizione attraverso l’estremo sacrificio. “L’azione comincia dunque dall’ascolto delle parole e dalla Parola: “Come si vive dopo aver letto: se il tuo occhio ti scandalizza, cavatelo? Oppure: se la tua mano ti scandalizza, strappala? Ciò che mi si presentava era il rovesciamento dell’ordine costituito del mondo” “Dalla Bibbia e dalla metafisica si traeva, Argomenta Aicher, la linfa spirituale per opporsi radicalmente alla concezione dello Stato forgiata da Hegel (sulla scorta di Aristotele “il tutto è più della somma delle parti”) e da Fiche, interiorizzata dalla borghesia tedesca “ Lo Stato protegge la vita, i beni e i diritti dei cittadini, perciò il cittadino lascia allo Stato il pieno potere di interpretare la storia, e di fare la storia”(…)[7] Nel 1937, Hans Scholl, durante la reclusione che aveva colpito anche la sorella Inge e il fratello Werner, per la loro simpatia ai movimenti di opposizione, scriveva così ai genitori: “Grazie per la lettera. La parola della Bibbia è meravigliosa. Mi ha aiutato a riacquistare la serenità di prima. Adesso spero che torneremo ad essere persone felici. Non vogliamo sentirci dei martiri, anche se talvolta ne avremmo il motivo. Perché la purezza della nostra convinzione non la lasciamo toccare da nessuno. La forza e la fermezza interiore sono la nostra arma più potente. (…) Quando tornerò libero voglio lavorare e solo lavorare, affinché possiate tornare a guardare vostro figlio con orgoglio.(…) Sento di fare quello che mio padre mi ha trasmesso: diventare qualcosa di grande per l’umanità”.[8] Il nazismo, attraverso la propaganda di regime, cercava di manipolare le intelligenze in modo scientifico stravolgendo, ad esempio, gli insegnamenti di un ideale politico quale quello presente in Socrate o nei dialoghi di Platone, letti attentamente dai giovani dissidenti che vi riconoscevano una validità senza tempo, da riproporre come strumento di riscatto delle coscienze. Nei volantini distribuiti clandestinamente dai giovani della Rosa Bianca si trovano riferimenti, oltre che alla Bibbia e ai classici greci, alla cultura romantica che esalta il valore della patria: Goethe, Novalis, Schiller dai quali appresero che lo Stato non è mai un fine che possa giustificare la sopraffazione. La politica nazionalsocialista viene paragonata a quella di Sparta: “…quando si raffronti lo scopo che si proponeva Licurgo, agli scopi dell’umanità, una profonda disapprovazione deve subentrare all’ammirazione che ci ha avvinti ad un primo superficiale sguardo. Ogni cosa deve essere sacrificata al bene dello stato, salvo ciò per cui lo stato ci serve come mezzo. Lo stato non è mai in se stesso un fine ma esso è importante solo come una condizione attraverso la quale può essere raggiunto il fine dell’umanità; (…) Se un ordinamento statale ostacola lo sviluppo di tutte quelle risorse che si trovano nell’uomo, se esso impedisce lo sviluppo dello spirito, esso è deprecabile e dannoso, per quanto possa essere elaborato e perfezionato nella sua forma”. (Primo volantino) Il popolo tedesco, corrotto e decaduto tanto da “lasciarsi governare”, senza opporre resistenza, da una cricca di capi privi di scrupoli e dominati da torbidi istinti, è paragonato ad un “gregge di adepti (…) succhiati fino al midollo, privi della loro essenza umana e disposti a lasciarsi spingere nel baratro” (Primo volantino). L’azione propagandistica orchestrata in modo spregiudicato, al fine di rendere manipolabili le coscienze, è la prova della sottile psicologia delle masse che il Fuhrer seppe porre in atto. L’esaltazione collettiva era alimentata dalla suggestione dei riti che celebravano l’identità nazionale attraverso i simboli, i colori, le parole d’ordine. Nel 1938 Hans Scholl, durante il servizio militare annoterà nel suo diario: Perché mai la guerra? La stragrande maggioranza partirebbe in marcia, cieca e muta, con una certa curiosità o voglia di avventura. Massa. Il concetto mi diventa sempre più odioso. I valori testimoniati dai ragazzi di Monaco sono rimasti vivi grazie alla loro volontà di opposizione, seppure di scarsa efficacia, degna di profonda ammirazione. Questi ragazzi si convinsero che bastava la diffusione di volantini ispirati al patrimonio antico della stessa cultura tedesca per convincere i loro connazionali ad abbandonare l’idea del sogno di potenza al quale il popolo tedesco si aggrappava dopo essersi liberato dalla crisi che attanagliava la Germania dalla fine del primo conflitto mondiale. Nella sua testimonianza data a Belluno, in occasione di una manifestazione sulla resistenza tedesca al nazismo tenuta nel 1996, F.J. Mueller, sopravissuto del gruppo della Rosa Bianca, sottolineava come una testimonianza così fortemente divergente fosse l’esito di un forte travaglio interiore. Dal 1938 infatti i giovani tedeschi erano costretti a far parte della Hitlerjugend. Ribellarsi a tale imposizione significava subire violenza fisica. I giovani che lo fecero, come Mueller e gli altri della Weisse Rose, dovettero attingere alla forza degli ideali della loro formazione culturale e spirituale. Quando il ministro della propaganda J.Goebbels fece affiggere in tutta la Germania un manifesto con lo slogan “ Bene è ciò che ci aiuta a vincere”, i giovani studenti si richiamarono a ciò che avevano appreso attraverso i dialoghi platonici: “Socrate insegna a interrogarsi se ciò che è vantaggioso per la polis sia anche giusto”. Così racconta Mueller: “Negli ultimi tre anni la Hitlerjugend non fu più attiva e da quel momento iniziò la nostra azione di opposizione e di resistenza. (…)Dapprima la Germania venne invasa da milioni di prigionieri che provenivano da vari paesi: inizialmente dalla Russia, dalla Francia, poi dalla Iugoslavia, dalla Polonia e, a partire dall’agosto ’43, anche dall’Italia. Erano in parte prigionieri condannati a lavori forzati. Con questi uomini, che secondo l’ideologia nazista provenivano da razze inferiori, cercavamo contatti: per primi con i polacchi che erano persone molto gentili. Discutevano con noi, erano cattolici come noi (…). Nella fattoria di mio zio c’era poi una famiglia russa, di Leningrado. Erano persone straordinariamente cortesi, sedevano a tavola con noi e a Natale ricevevano regali; li trattavamo da persone. Non erano né più saggi né più stupidi di noi.(..). Voi potete capire cosa tutto questo potesse significare se ci confrontavamo con la teoria razzista, secondo la quale la razza germanica era superiore e generatrice di cultura.”[9] Un altro forte stimolo riflessivo venne al gruppo dall’opera di giovani sacerdoti cattolici con i quali si incontravano segretamente, non per agire contro il nazionalsocialismo, ma per leggere gli autori della grande tradizione tedesca: “In particolare ­racconta Mueller ­Nathan der Weisse, il grande dramma di Lessing. Dunque leggevamo il dramma di un ebreo che si rivela come il fratello, il prossimo, e che noi leggevamo interpretando i diversi mali. Quelli furono i primi passi verso la resistenza che inizialmente era solo opposizione; più tardi si arrivò alla vera e propria resistenza”. Così scriveva Sophie Scholl prima della sua esecuzione: “Un giorno così splendido e pieno di sole ed io devo andare. Ma quanti devono al giorno d’oggi morire sui campi di battaglia, quante giovani vite piene di speranza… che cosa importa della mia morte se attraverso il nostro agire migliaia di uomini vengono scossi e risvegliati .” Questo il suo sogno l’ultima notte prima di morire: “Portavo al battesimo, in un giorno di sole, un bimbo avvolto in un lungo vestito bianco. Si doveva salire una montagna ripida per giungere alla chiesa, io portavo nelle mie braccia il bimbo con forza e sicurezza. Improvvisamente davanti a me vidi un crepaccio. Ebbi solo il tempo di mettere il bimbo al sicuro sull’altro lato – poi precipitai nel baratro. – Il bambino è la nostra idea, si affermerà nonostante tutti gli ostacoli. Ci è stato concesso di essere coloro che aprono la via, ma prima dobbiamo morire per essa.”[10] La sofferta tensione utopica che mosse i giovani della Rosa Bianca è nelle parole che Sophie scriveva in una lettera del maggio 1940 “Come ci si può attendere che il destino assegni la vittoria ad una causa giusta, visto che non si trova quasi nessuno che si offra totalmente per una causa giusta? Mi viene da pensare ad una storia dell’antico testamento, dove Mosè giorno e notte, ogni ora, teneva in alto le braccia, in preghiera, per chiedere a Dio la vittoria: e appena abbassava le braccia, la fortuna abbandonava il suo popolo in battaglia. Chissà se oggi ci sono ancora uomini che non si stancano di dedicarsi completamente a qualcosa, con ogni pensiero, con tutta la volontà?” Più volte è stata qui sottolineata l’importanza del ruolo educativo esercitato dai Maestri dai quali i giovani della Rosa Bianca attinsero la forza ideale e la profondità interiore che sostenne la loro azione. Tra questi vogliamo citare in particolare Romano Guardini e Jacques Maritain, fondamentali riferimenti nell’elaborazione di due fondamentali concezioni di portata socio­etico­politica che vivificarono l’azione dei giovani della Rosa Bianca: irriducibilità del singolo alla comunità sociale e quindi primato della persona umana sulla comunità; laicità dello Stato la cui autorità ha fondamento nell’ordine naturale posto da Dio.[11] Dal III volantino: Ogni uomo preso singolarmente ha il diritto di pretendere un governo efficiente e giusto che assicuri sia la libertà individuale, sia il bene della collettività. Secondo la volontà di Dio, l’uomo deve cercare di raggiungere il suo fine naturale e la sua felicità terrena vivendo ed agendo in piena libertà ed indipendenza nell’ambito della collettività statale. Invece il cosiddetto “Stato” in cui viviamo oggi è la dittatura del Maligno” I giovani della Rosa Bianca conobbero Romano Guardini solo attraverso i suoi scritti; sfuggito alla persecuzione nazista, alla fine della guerra, nell’autunno del 1945, fu invitato a tenere il discorso di commemorazione del gruppo di resistenza presso l’università di Tubinga dove era tornato ad insegnare. “Su quale bilancia si pesa la vita di un uomo? (…) Qual è dunque la bilancia e qual è l’ordine? Un primo ordine si riferisce alle cose materiali( Cfr. S:Weil)[12] : la casa, il lavoro, la comunità e lo Stato…in questo ambito l’ordine è quello della retta amministrazione….L’uomo non fa giustizia delle cose materiali seguendo un concezione puramente materiale. Le cose hanno in sé il potere di ribellarsi e insorgono contro chi si sottrae alla propria responsabilità nei confronti dello spirito…Un secondo ordine è quello dell’azione e dell’opera: dell’azione, che scopre e conquista, intraprende e plasma, vince la necessità e compie la salvezza; dell’opera che, che ordina i rapporti tra gli uomini, fonda l’autorità e il diritto, produce la scienza e l’arte…. Le persone di cui facciamo memoria sono vissute in questo ordine… C’è però ancora un altro ordine, che non è fondato nel mondo e nella vita; che non è garantito da questa realtà e che perciò non si può comprendere né giustificare a partire da esse. La sua origine è nel cuore di Dio. Un tale ordine è stato portato nel mondo per mezzo di Gesù Cristo. In Lui si fonda il suo senso, e solo a partire da lui può essere riconosciuto. Si potrebbe obiettare che queste cose qui non c’entrano; ma noi dobbiamo parlare della verità, di cui le persone che ricordiamo hanno vissuto, e il cuore di questa verità è qui. Contraddiremmo la loro stessa volontà se non ne parlassimo…. Per gli uomini che oggi ricordiamo il discernimento delle cose essenziali era importante. Erano impegnati a superare la sconfinata confusione dei concetti, il terribile travisamento e imbrattamento dei valori spirituali che si insinuava ovunque, tesi a far emergere le essenze nella loro nuda verità e a ristabilire gli ordini dell’esistenza così come essi sono veramente…. E’ proprio il nostro tempo che ha insegnato a tutti coloro che vogliono imparare, come l’azione del singolo diventi destino per tutti, nel male, ma anche, grazie a Dio, nel bene. Per ciò che concerne le opere dello spirito, della conoscenza, della bellezza, queste sono nutrite dalle correnti che sgorgano dalla vita di tutti e a loro volta divengono sorgenti pronte a colmare ogni calice che si tenda verso di loro.”[13] Guardini non intende assegnare ai giovani della Rosa Bianca il crisma di eroi. La condanna per alto tradimento, all’indomani della guerra poteva limitare la portata significativa del ruolo di opposizione della Rosa Bianca, considerato l’alto senso di lealtà e obbedienza che lega il popolo tedesco allo Stato. Guardini restituisce l’immagine della Rosa Bianca ad una dimensione di normale attaccamento per la vita e per la libertà di un gruppo di giovani appassionati alla ricerca della verità, impegnati nella battaglia per la libertà, alla luce di una visione politica ben precisa. I limiti del potere politico sono dati dall’ordine dell’essere voluto da Dio, secondo quanto avevano appreso leggendo Guardini. Dal quarto volantino: “Ovunque ed in ogni tempo, i demoni sono stati in agguato nelle tenebre in attesa dell’ora in cui l’uomo diviene debole, in cui esso abbandona volontariamente la sua posizione fondata sulla libertà donatagli da Dio e cede alle pressioni del Male si distacca dall’ordine divino: così, dopo aver fatto liberamente il primo passo, viene spinto al secondo, al terzo ed ancora innanzi con sempre più turbinosa velocità. Allora, dovunque e nell’ora estrema del bisogno, sono sorti uomini, profeti, santi, che avevano conservato la loro libertà, che hanno richiamato il popolo al Dio unico e con il suo aiuto lo hanno incitato a tornare indietro. L’uomo è bensì libero, ma senza il vero Dio è indifeso contro il male, come un neonato senza madre, come una nube che si dissolve” Il nazionalsocialismo si presentava come proposta di liberazione e di salvezza, come una nuova religione i cui riti erano sanciti dall’esaltazione della razza e della purezza del sangue che i tedeschi dovevano essere pronti a sacrificare per una palingenesi della nazione tedesca. I giovani della Rosa Bianca seppero discernere l’inganno che si celava dietro tutto ciò e trovarono nella verità dei valori umani, secondo “l’etica della responsabilità” insegnata da Guardini e da Maritain, la forza di scuotere i loro connazionali. “Se il popolo tedesco è già così profondamente corrotto e decaduto nel più profondo dela sua essenza, da rinunciare senza una minima reazione con una fiducia sconsiderata in una legittimità discutibile della storia al bene supremo dell’uomo che lo eleva al di sopra di ogni creatura, cioè la libera volontà, ovverosia la libertà che ha l’uomo di influenzare il corso della storia e di subordinarlo alle proprie decisioni razionali; se i tedeschi sono oggi privi di ogni individualità se sono diventati una massa vile e ottusa, allora sì che meritano la rovina.” (Primo volantino). I giovani della Rosa Bianca penetrarono, in un contesto di feroce dittatura, aspetti fondamentali di una visione politica autenticamente democratica perché basata sul valore della persona. Alla luce delle loro letture e dello scambio di riflessioni, in uno spirito di comunità intellettuale tesa alla ricerca della verità, seppero intravedere, con acume e grande passione per ciò che promuove e garantisce la libertà, l’Europa libera delle nazioni democratiche e una Germania organizzata secondo il modello federale. C’è qualcosa che si potrebbe definire come una profezia storica. In questa profezia parlano uomini che avvertono le correnti profonde del grande movimento della storia e vedono la direzione in cui esse vanno Le ultime parole di Hans Scholl, prima di morire sono state “Viva la libertà”. E Sophie, nella cella dove fu prigioniera negli ultimi istanti della sua vita, lasciò scritto in bella grafia, a caratteri elaborati, la parola Freiheit. “In quelle parole veniva affermato il diritto a qualche cosa che costituisce il fondamento dell’intera esistenza europea: il diritto alla libertà – ma alla libertà di tutti; così che la libertà dell’uno trova la propria misura nella libertà dell’altro. (…) Dio si fa strada nella consapevolezza dell’uomo; questa realtà, che è inseparabilmente legata alla libertà e che, come la libertà, non può essere affatto dissolta sul piano psicologico o su qualche altro piano, noi la chiamiamo coscienza. Non c’è nessuna libertà senza coscienza­ tanto meno può esserci coscienza, responsabilità morale in un essere che non è libero.”[14] “Uno spirito inflessibile e un cuore tenero” Questa frase di Maritain era diventata un motto per i fratelli Scholl. Le conversazioni tra i giovani della Rosa Bianca si erano arricchite, attraverso gli scritti di Maritain, di due concetti fondamentali: la persona umana e la democrazia. “La personalità umana è un grande mistero metafisico. Sappiamo che una delle caratteristiche essenziali di una civiltà degna di questo nome è il senso e il rispetto per la dignità della persona umana; sappiamo che per difendere i diritti della persona umana come per difendere la libertà, bisogna essere disposti a dare la propria vita. Qual è dunque, per meritare tali sacrifici, il valore contenuto nella personalità dell’uomo? Che cosa designiamo noi quando parliamo della persona umana? Quando noi diciamo che un uomo è una persona, non vogliamo dire soltanto che è un individuo come lo sono un atomo, una pianticella di grano, una mosca o un elefante. L’uomo è un individuo che si regge con l’intelligenza e con la volontà; non esiste soltanto al modo fisico, ma sovresiste spiritualmente in conoscenza e in amore, in modo tale che in qualche modo è un universo a sé, un microcosmo nel quale il grande universo tutto intero può essere contenuto con la conoscenza, e con l’amore può darsi tutto intero a degli esseri che stanno a lui come altrettanti se stesso, ­relazione di cui è impossibile trovare l’equivalente nel mondo fisico. La persona umana possiede questi caratteri perché, in definitiva, l’uomo, questa carne e queste ossa periture che un fuoco divino fa vivere ed agire, esiste, “dall’utero al sepolcro”, dell’esistenza stessa della sua anima che domina il tempo e la morte. E’ lo spirito la radice della personalità.”[15] Negli scritti di Maritain ricorrono pensieri molto vicini a quelli di Guardini. In Umanesimo integrale (1936) distingue Chiesa e Stato come due istituzioni dai fini diversi, autonome nel proprio campo, inconfondibili nella propria natura. In entrambi gli studiosi si trova la concezione di Dio come sorgente della sovranità di cui per primo ne è investito il popolo, sicchè lo Stato risulta essere strumento nelle mani del popolo per la realizzazione dei fini sociali: L’idea di uno Stato laico è espressa da Maritain in questi termini: “Stato laico cristianamente costituito” cioè “Stato nel quale il profano e il temporale abbiano pienamente il loro compito e la loro dignità di fine e di agente principale­ ma non di fine ultimo e di agente principale più elevato”. E’ il criterio di inaccettabilità della sacralizzazione dello Stato. “ Pensiamo che l’ideale storico di una nuova cristianità d’un nuovo regime temporale cristiano, pur fondandosi sugli stessi principi (ma di applicazione analogica) di quello della cristianità medievale, comporti una concezione profana cristiana e non sacrale cristiana del temporale. Le sue note caratteristiche sarebbero così contemporaneamente opposte a quelle del liberalismo e dell’umanesimo inumano dell’età antropocentrica e inverse a quelle che noi abbiamo rilevato nell’ideale storico medievale del sacrum imperium rispondendo a ciò che si potrebbe chiamare un umanesimo integrale o geocentrico ormai chiaritosi per se stesso. L’idea distinta del mondo sovrannaturale (…) non sarebbe più l’idea del sacro impero che Dio possiede su ogni cosa ma piuttosto l’idea della santa libertà della cultura che la grazia unisce a Dio”[16] “Nel processo di razionalizzazione morale della vita politica, i mezzi devono di necessità essere morali. Il fine, per la democrazia, è tanto la giustizia che la libertà. (…) Non lasciamoci ingannare dai sofismi machiavellici: essi affermano che la giustizia e il rispetto dei valori morali significano debolezza e condanna e che la forza è forte solo se innalzata come regola e valore supremi dell’esistenza politica. Questa è menzogna. Come abbiamo visto, non solo il male non è capace di aver successo alla lunga, e non solo la forza senza giustizia si indebolisce alla lunga; ma la forza può sussistere unitamente alla giustizia, ed il potere delle Nazioni che combattono per la libertà può essere anche più grande di quello delle Nazioni che combattono per la servitù”[17]. Questa l’eredità culturale coltivata dai giovani della Weisse Rose, che per tali ideali sacrificarono le loro giovani vite. Memoria storica per tutti noi; seme di una cultura autenticamente democratica, per l’Europa.

                                                                                            Stefania Macaluso

 [1] Dal preambolo del trattato CECA

[2] Robert Schuman, dichiarazione del 9 maggio 1950

[3] Heinrich Heine (1797­1856): poeta tedesco di origine israelita, subì il rigore della censura prussiana.

[4] Guardini R., La rosa Bianca, Morcelliana, Brescia 1994, p. 71

[5] Guardini R. La Rosa Bianca , Morcelliana, Brescia, 1994, pp. 72­73.77

[6] Cfr: Aicher­Scholl I., Una piccola luce. Lettere della famiglia Scholl dal carcere nazista., Vita e pensiero, Milano 1995.

[7] Guardini R., La Rosa Bianca , cit., p.75. Otl Aicher amico dei fratelli Scholl, contribuì in modo rilevante all’azione di resistenza della Rosa Bianca

[8] P. Ghezzi, La Rosa Bianca , San Paolo, Milano, 1994, p. 41

[9] Dalla testimonianza resa a Belluno nel 1996 in occasione della commemorazione della resistenza antinazista

[10] Le citazioni degli studenti fin qui riportate sono tratte da: La Rosa Bianca. Esposizione sulla Resistenza degli studenticontro Hitler,iMonaco1942/43, a cura della Fondazione Rosa Bianca. Monaco.

[11] Cfr : M. Nicoletti, “Gott ist ein Politikum“, Dio, il potere e la coscienza in Romano Guardini, Ivi, Anno II­ Num.6­7­giugno/luglio 2005,pp.346­357

[12] Per un approfondimento del pensiero di S. Weil, citata da Guardini, cfr.: Stefania Carta Macaluso, Il metaxy’ La filosofia di Simone Weil., Armando, Roma 2003

[13] Guardini, Commemorazione di Sophie e Hans Scholl, Christoph Probst, Alexander Schmorell, Willi Graf e Prof. Huber. Tubinga, 4 Novembre 1945, in R. Guardini, La Rosa Bianca ,Morcelliana, Brescia,1994 [14] Romano Guardini, Discorso di commemorazione della Rosa Bianca Nell’atrio dell’Università di Monaco, 12 luglio 1958 in R. Guardini La Rosa Bianca,cit., p. 48

[15] J. Maritain, Per una politica più umana, Morcelliana, Brescia 1968 pp.11­12 [16] J. Maritain, Umanesimo integrale, Borla 1962, pp.197­-198

[17] IDEM, L’uomo e lo Stato, Vita e pensiero Milano1975, p. 70

 

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